La Famiglia Viti:
una storia da raccontatare.

Premessa:

La memoria storica è un elemento essenziale per comprendere chi siamo. Essa ci collega alle nostre radici, ci fa sentire parte di una storia, di una comunità, di una famiglia. Non si tratta soltanto di ricordare il passato, ma di riconoscere e valorizzare ciò che ci è stato trasmesso: tradizioni, abitudini, modi di vivere che hanno formato l’identità dei nostri territori e delle persone che li abitano.

Il nostro presente è frutto di un’eredità ricevuta. Le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno lasciato un patrimonio fatto non solo di ricordi, ma anche di valori fondamentali come il rispetto, l’educazione, l’amore per la patria, la fede religiosa, la fiducia nelle istituzioni. Insieme a questi, ci hanno trasmesso la saggezza popolare contenuta in proverbi, detti e racconti, strumenti semplici ma profondi per interpretare la realtà.

In questo contesto, va riscoperto anche il vero significato della nobiltà. Spesso fraintesa come espressione di privilegi, la nobiltà autentica è stata, nella sua essenza storica, una scuola di responsabilità. I nobili non erano solo destinatari di onori, ma soprattutto chiamati a offrire un esempio morale e civile alla società: severi verso sé stessi, ligi al dovere, fedeli alla parola data. La loro figura incarnava una forma di autorità fondata sull’eleganza dei modi, la buona educazione e il rispetto profondo verso il prossimo. Valori oggi rari, ma più che mai necessari.

Questa eredità non può andare perduta. Al contrario, deve essere conservata e trasmessa con cura, soprattutto in un’epoca come la nostra, caratterizzata da ritmi frenetici e da una crescente omologazione culturale. I giovani, spesso distratti da un mondo che corre veloce, devono essere aiutati a riscoprire il valore della memoria. Solo così potranno costruire un’identità solida, capace di affrontare le difficoltà della vita con maggiore consapevolezza.

Ricordare significa dare senso. La memoria ci permette di dare significato al nostro percorso, di capire meglio chi siamo attraverso ciò che abbiamo vissuto, da dove veniamo e quali esperienze ci hanno formati. Anche gli errori, le difficoltà, i limiti fanno parte di questa costruzione. La memoria, quindi, è un elemento centrale per la crescita personale.

Sin dall’antichità la memoria è stata considerata una delle capacità più preziose dell’uomo. È grazie ad essa che persone, fatti ed eventi continuano a vivere nel tempo. Solo raccontando e tramandando ciò che è accaduto, possiamo superare il limite della vita terrena e costruire una continuità tra passato, presente e futuro.

Cicerone lo spiegava bene: “La storia è testimonianza del passato, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dei tempi antichi.” Senza la storia e la memoria, perdiamo il riferimento essenziale per orientarci nel presente e progettare il futuro.

Senza memoria, non esistiamo veramente. E se non ci assumiamo la responsabilità di custodirla e di trasmetterla, allora rischiamo di non meritare ciò che ci è stato donato. Perché la memoria, come la vera nobiltà, non è mai apparenza, ma coscienza, servizio e stile.

Pierfrancesco Viti

Le origini e le radici nella città di Altamura.

La Famiglia Viti, trae origine dall’antica Valdarania; infatti il cognome è stato preso dal primo capostipite dal nome Vito Valdarano (anno 1400 ca.), consigliere del duca di Parma e Governatore della città di Altamura, aggregato alla Nobiltà cittadina nell’anno 1510 (“pigliando il cognome dal nome”, fonte: Libro dell’Ill.me Sigg.re Famiglie Nobili della Città di Altamura dell’anno 1572, custodito presso Arch. e Museo Civico Comunale).

Successivamente la Famiglia, tra il 1500 e il 1600 c.a., fu nominata feudataria di Caraffa (terra di Calabria) ove vide quale primo Barone Giovanni Vincenzo Viti di Caraffa (n. 26.03.1587) che sposò in prime nozze Giulia di Rienzo e poi Clarice Mastrilli, da cui ebbe Felice Antonio (secondo Barone di Caraffa) e Vittorio, padre di Giovanni Antonio, erario di Altamura nel 1630.

Felice Antonio, ebbe poi come primogenito Giovanni Vincenzo (terzo Barone di Caraffa morto il 13.09.1672, menzionato nel Libro d’Oro della Nobilità Italiana) che sposò Vittoria Castelli.

Costoro furono i genitori, tra gli altri, di due figli che diedero origine a due distinti rami della famiglia che hanno dato vita agli attuali discendenti tutt’oggi viventi della Famiglia Viti e ancora dimoranti in Altamura (i discendenti di Francesco e Chiara Viti).

Il primo ramo fu originato da Francesco Viti (n. 13 mar. 1631 † 1 gen. 1710) che, dal suo matrimonio con Maria Giannelli, ebbe, tra gli altri, Felice Antonio (n. nel 1664 † 22 ag. 1714).

Quest’ultimo, sposò Eleonora Castelli dalla quale ebbe, Francesco Viti (n. nel 1697 † 27 apr. 1753), che sposò Gerolama Laudati.

E’ proprio tale Francesco (figlio di Felice Antonio) che fu nominato 1° Conte con Diploma di Leopoldo d’Austria nel 1712 ed è da costui che discendono tutti i Viti annotati negli Elenchi Ufficiali Nobiliari italiani.

L’altro ramo del casato fu originato da Domenico († 12 ott. 1691), fratello del predetto Francesco Viti (n. 13 mar. 1631 † 1 gen. 1710).

Domenico († 12 ott. 1691) si sposò con Elisabetta Mari († 20 lug. 1714) dalla quale ebbe, tra gli altri, Nicolò (n. nel 1697) marito di Francesca Martini figlia del duca di Sanarica.

Stemma della Famiglia Viti con la Corona di Conte

Da costoro discese, tra gli altri, Vincenzo (n. 19 mar. 1722 † 17 feb. 1800, annotato quale “Patrizio” nel Catasto Onciario dell’anno 1742 della città di Altamura e nominato nel Libro d’Oro della Nobilità Italiana), sposato con Isabella De Angelis; dalla coppia nacque anche Pietro (n. 20 giu. 1773 † 24 apr. 1864) che da sua moglie Imperia Santoro ebbe, tra gli altri, Vincenzo (n. 16 nov. 1806 † 24 apr. 1864).

Vincenzo sposò poi Elisabetta Martucci dalla quale ebbe, tra gli altri, quel nobile Francesco Viti (n. 20 apr. 1845 † 16 gen. 1918) che sposò Chiara dei Conti Viti (n. 30 apr. 1844 † 29 mar. 1915) annotata negli Elenchi Ufficiali e discendente dall’altro ramo della Famiglia sopra indicato.

Merita di essere menzionato il 3° Conte Francesco Viti (fratello di Pasquale,  presidente della brevissima Repubblica Altamurana del 1799), il quale dalla prima moglie Concetta Giannelli ebbe tra gli altri come primogenito maschio Vincenzo che assunse il titolo di 4° Conte e che diede vita ad altro ramo comitale della famiglia (in parte trasferitasi tra Trani, Napoli ed altre città italiane) ed annotata negli Elenchi Ufficiali della Nobilità Italiana.

Mentre dalla seconda moglie Giovanna Gattola Mondelli, il Conte Francesco ebbe 6 figli: Clarice (che sposò il Duca di Castel Garagnone), Rosa (morta da bambina), Nicola (secondo genito maschio e padre di quella Chiara che sposò Francesco Viti proveniente da altro ramo del Casato), Gaetano (Patrizio Altamurano), Giulia  ed infine Pasquale, famoso Ten. Col. di Cavalleria in Altamura. Come risulta dal Diario del prof. Vincenzo Chierico, pubblicato in “Rassegna Pugliese” (Vol. XVII Maggio 1900), il conte Francesco Viti fu tra coloro che accolsero i sovrani Ferdinando IV e Carolina di Borbone delle Due Sicilie in occasione della loro visita ad Altamura avvenuta il 17.03.1797. In quell’occasione la Città diede dimostrazione di grande affetto e fedeltà ai sovrani che ne rimasero piacevolmente colpiti. Attualmente le spoglie del Conte Francesco Viti riposano presso la Cattedrale di Barletta ove gli è stata dedicata una lapide. 

LAPIDE DI SEPOLTURA PRESSO LA CATTEDRALE DI BARLETTA

Nicola dei Conti Viti (n. 13.12.1798 e m. 09.08.1861), secondogenito del Conte Francesco,  stabilito ad Altamura, sposerà poi Giovanna De Angelis da cui la famiglia erediterà il Palazzo di Porta Bari ad Altamura e da cui lo stesso prenderà il nome. Nicola fu nominato comandante della gendarmeria altamurana del Regno delle Due Sicilie.

La coppia ebbe poi 4 figli: Claudio che, seppur sposato con Vincenza Rivellini non avrà figli; Francesco che morirà celibe, Giovannina che morirà giovanissima ed infine Chiara che, come anzidetto, sposerà quel Francesco – avvocato – proveniente dall’altro ramo.

Lapide di sepoltura di Gaetano dei Conti Viti, fratello di Nicola, nella Cappella di Famiglia presso il Cimitero Monumentale di Altamura
NICOLA DEI CONTI VITI 1798 - 1861
LAPIDE DI SEPOLTURA DI NICOLA DEI CONTI VITI - CAPPELLA DI FAMIGLIA PRESSO CIMITERO MONUMENTALE DI ALTAMURA
FRANCESCO DEI CONTI VITI (figlio di Nicola e frat. di Chiara, morto celibe)
PALAZZO VITI - DE ANGELIS - ALTAMURA

I nobili Francesco e Chiara dei Conti Viti (sposi il 12.07.1869), vissero sino alla loro morte nel Palazzo Viti-De Angelis di Altamura ed ebbero a loro volta 6 figli: Elisabetta, Vincenzo, Nicola, Giovanni, Pietro (nonno del Gen. dei Carabinieri Pietro Viti, menzionato nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana) e Claudio (ultimo dei fratelli che poi acquistò tutte le altre quote del Palazzo Viti De Angelis e i cui discendenti ancora vi abitano). Francesco fu nominato nel 1898 Cavaliere della Corona d’Italia.

avv. cav. Francesco Viti, consorte di Chiara
avv. cav. Francesco Viti, consorte di Chiara
Figli di Francesco e Chiara Viti, con altri cugini
Lapide di sepoltura della coppia nella Cappella di Famiglia presso il Cimitero Monumentale di Altamura
Giovanni Viti (altro figlio della coppia) con la sua consorte Candida Persio
Nicola Viti, di Francesco e Chiara
Giovanni Viti, di Francesco e Chiara
Il Gen. Pietro Viti, di Francesco trasferito a Napoli. Il suo nome è iscritto nel Libro d’Oro della Nobilità. Suo nonno era uno dei figli dei nobili Francesco e Chiara Viti.
avv. cav. Francesco e Chiara dei Conti Viti, coniugi.
Chiara dei Conti Viti
Chiara dei Conti Viti, con i suoi figli Vincenzo (primogenito) ed Elisabetta
Pergamena di nomina a Cavaliere della Corona d'Italia di Francesco
Pietro Viti, di Francesco e Chiara, nonno del Generale dei Carabinieri

Vincenzo Viti (n. 10 febbraio 1874 – m. 2 novembre 1956), primogenito maschio di Francesco e Chiara, il 29.03.1921 contrasse matrimonio con Irene Marvulli (vent’anni più giovane di lui). Secondo quanto tramandato oralmente, l’unione fu resa necessaria dall’insistenza del padre di Irene, in seguito ai ripetuti corteggiamenti del giovane Vincenzo, considerati all’epoca piuttosto disinvolti rispetto ai canoni del decoro sociale.

Dopo le nozze, i coniugi lasciarono il palazzo di famiglia per trasferirsi presso la residenza di campagna del Casato, situata nella contrada Crapulicchio, lungo l’attuale via Ruvo. In quel luogo, immerso nella quiete rurale e nei valori di una tradizione familiare ancora viva, crebbero i loro cinque figli: Francesco, Pietro, Nicola, Marcello e Achille.

NOB. VINCENZO VITI (1874 – 1956) DA GIOVANE MILITARE
VINCENZO VITI e Irene Marvulli

Vincenzo Viti crebbe tra gli agi e le consuetudini del palazzo di famiglia, in un ambiente in cui la stabilità economica sembrava un dato acquisito. Fino ai quarant’anni visse con la serenità di chi non aveva mai dovuto confrontarsi con le fatiche del lavoro, cullato dalla solidità del patrimonio ereditato. Tuttavia, quando gli toccò in sorte l’onere della gestione familiare, si trovò improvvisamente proiettato in una realtà per la quale non era stato pienamente preparato.

Le rendite immobiliari, un tempo abbondanti, non bastavano più a garantire la sicurezza necessaria a una famiglia in crescita. A volte preso dalla troppa generosità, Vincenzo iniziò ad ascoltare i suggerimenti del fattore di campagna, che lo spronava a dismettere piccole porzioni dei fondi in cambio di liquidità. Ma, non avendo una conoscenza precisa dell’estensione e della reale consistenza del patrimonio, prese talvolta decisioni dettate più dall’urgenza che dalla strategia, con risultati non sempre vantaggiosi.

Nonostante ciò, fu sempre mosso da oneste intenzioni. Uomo dai modi gentili e dai principi saldi, Vincenzo dedicò la sua vita alla famiglia, impartendo ai figli un’educazione rigorosa, ma improntata alla responsabilità. Grazie alla loro intraprendenza e alla volontà di innovare, i suoi discendenti riuscirono a conservare gran parte dell’eredità ricevuta, riportando stabilità e nuova linfa al casato.

Vincenzo visse a lungo, con discrezione e senso del dovere, fino al giorno della sua scomparsa, che avvenne in un luogo carico di significato. Il 2 novembre 1956, mentre si trovava sulle scale del Cimitero di Altamura per rendere omaggio agli avi, fu colto da un improvviso malore. Una fine quasi simbolica, nel giorno della memoria, come un ultimo gesto di fedeltà alla sua stirpe.

Tutti i discendenti di Vincenzo e di sua moglie Irene Marvulli sono cresciuti nelle stesse terre altamurane, lungo la via per Ruvo, che ancora oggi abitano e custodiscono con orgoglio.

Nob. Pietro Donatangelo Viti, di Vincenzo
Nob. Pietro Donatangelo Viti, di Vincenzo
Nob. Pietro Donatangelo Viti, di Vincenzo
Pietro con la Famiglia
Nob. Pietro Donatangelo Viti, di Vincenzo

Il secondogenito di Vincenzo, nob. Pietro Donatangelo (n. 12.01.1925, m. 12.07.1981) durante il suo servizio da Carabiniere nei territori veneti, conobbe la giovane Rosy Fochesato (del paese di Dueville, vicino Vicenza). La stessa rimase affascinata dal giovane carabiniere che sposò  il 24.11.1946, trasferendosi nei luoghi della famiglia di lui. Qui la coppia ebbe 6 figli, tra cui Vittorio.

Nob. Pietro Donatangelo Viti, di Vincenzo
Pietro e Rosina
Nob. Pietro Donatangelo Viti, di Vincenzo

Pietro scelse una strada autonoma e audace: sulle terre ereditate dal padre, lontano dagli agi del palazzo cittadino in cui era cresciuto, decise di edificare una nuova dimora, accanto all’antica casa di caccia di famiglia. In quel luogo, sobrio ma ricco di memorie, pose le fondamenta di un nuovo inizio, destinato ad accogliere le generazioni future.

Con animo risoluto e spirito d’innovazione, Pietro intraprese la via dell’agricoltura, legando le mani alla terra che i suoi avi gli avevano lasciato. Ma fu anche pioniere nel suo tempo: fondò la prima autoscuola di Altamura, battezzata con il nome emblematico di Autoscuola Buoncammino. Una scelta che rifletteva la volontà di guardare al futuro senza recidere le radici, un passo verso il progresso, saldamente ancorato alla tradizione.

Accanto alla nuova casa, Pietro realizzò anche un maneggio, omaggio alla secolare passione familiare per l’arte equestre. Uno spazio funzionale dove trasmise ai figli i primi insegnamenti sull’equitazione. In quel campo intriso di polvere e ricordi, si perpetuava lo stile di vita della famiglia, fatto di sobrietà, dignità e rispetto per il cavallo, simbolo di nobiltà e forza.

Quel maneggio fu poi affidato alle cure del figlio Vittorio (mio padre), che lo custodì e lo migliorò con orgoglio. Lì, tra il nitrito dei cavalli e il sole delle Murge, anche io e mio fratello abbiamo appreso i segreti dell’equitazione, formando il carattere sulle orme di una tradizione viva e vibrante.

E oggi, in quel solco di memoria e identità, una nuova generazione ha già cominciato a germogliare: il 15 maggio 2021, da Katarzyna Maria Szaj, è nato mio figlio, Vittorio Edward Viti. Con lui, la storia si rinnova, e le radici si protendono verso il domani, forti di un passato che ancora respira nei gesti e nei luoghi della nostra famiglia.

Sullo Stemma di Famiglia

L’arma della Famiglia Viti fu riconosciuta ufficialmente con D.M. 28.08.1911 (C.S. vedi anno 1883) ed è formata d’azzurro alla banda di rosso, bordata in oro, accompagnato in capo da una stella d’oro, ed in punta da un tralcio di vite, con uva al naturale, scorciato e posto in banda.

Tuttavia va puntualizzato che possono fregiarsi dello stemma ornato della corona di Conte solo i discendenti diretti in linea maschile di quel Francesco Viti (n. nel 1697 † 27 apr. 1753), che sposò Gerolama Laudati e che fu nominato I Conte con Diploma di Leopoldo d’Austria nel 1712.

Tra i successori diretti vi è quella Chiara dei Conti Viti, figlia di Nicola, che risulta essere tra gli ultimi vissuti ad Altamura appartenenti a quel ramo comitale (Chiara poi sposò Francesco Viti proveniente da un altro ramo della Famiglia, pur nobile ma privo del titolo di Conte). I discendenti di Francesco e Chiara dei Conti Viti sono a tutt’oggi dimoranti in Altamura (in particolare i discendenti di Vincenzo, primogenito della coppia).

Al riguardo, la norma di riferimento (per rinvio statutario dell’Ordine alle principali fonti araldiche) è l’art. 40 del R.D. n. 651 del 7 giugno 1943, Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano”, il quale testualmente dispone:

Le successioni dei titoli, predicati ed attributi nobiliari hanno luogo a favore dell’agnazione maschile dell’ultimo investito, per ordine di primogenitura, senza limitazione di gradi, con preferenza della linea sul grado.

I chiamati alla successione debbono discendere per maschi dallo stipite comune, primo investito del titolo.

I titoli, i predicati e gli attributi nobiliari non si trasmettono per linea femminile, salvo quanto dispone il capoverso dell’art. 45”.

Quest’ultimo riferimento, richiede che i titoli pervenuti ai maschi per via femminile siano stati riconosciuti con regie lettere patenti emesse prima del 7 settembre 1926.

Cosa che nel caso del ramo discendente dai coniugi nob. Chiara dei Conti Viti e nob. Francesco Viti  (così come sopra illustrato) non pare si avvenuta.

Pertanto va’ detto, per correttezza espositiva, che tutti i discendenti di tale coppia che ha dato vita al ramo in questione, sebbene possano fregiarsi del titolo di Nobile – ereditato dal ramo di Francesco, discendente dai Baroni di Caraffa e da comprovati Patrizi della città di Altamura –  non è dato loro vantarsi del titolo di Conte; possono invece fare uso proprio dello Stemma di famiglia privo di decorazioni.

L’utilizzo dello Stemma decorato con la Croce del S.M.O. Cost. di San Giorgio – come raffigurato nella seconda immagine degli stemmi sopra rappresentati – è invece riservata esclusivamente ai componenti della famiglia appartenenti al Sacro Ordine Militare Costantiniano di San Giorgio – di cui ho l’onore di farne parte – e ai suoi diretti discendenti.

 

 

Bibliografia e fonti storiche:

Giovanni Mercadante, Altamura, La Regina della Murgia, 1988;

Giovanni Mercadante, Altamura Nobilissima, 1997;

Giovanni Mercadante, Altamura, il Codice segreto della Nobiltà e il mistero dei Cavalieri di Malta, 2010

Andrea Borrella, Annuario della Nobilità Italiana, XXXI ed.

Istituto Araldico Romano, Collegio Araldico, Il Libro d’Oro della Nobiltà Italiana.

T. Castaldo, www.nobili-napoletani.it.

 

Arringa assassinio del conte Domenico Viti

Un lutto scolpito nella memoria familiare

All’inizio del XX secolo, la famiglia Viti di Altamura fu coinvolta in un tragico episodio che lasciò un segno profondo nella sua storia: il nobile Domenico Viti, fratello dell’avvocato Francesco Viti (consorte della nobile Chiara dei Conti Viti), fu barbaramente assassinato nella sua casa di campagna, insieme alla sua fedele domestica, durante una vile rapina perpetrata da alcuni malfattori provenienti dai paesi limitrofi.

A testimonianza di quel dramma e dell’indignazione che ne seguì, è giunto fino a noi un documento straordinario, rimasto intatto nel tempo: la pubblicazione integrale dell’arringa dell’avvocato Giuseppe Lembo, il quale fu incaricato da Francesco dei conti Viti di tutelare l’onore e i diritti della famiglia nel processo dinanzi alla Corte d’Assise di Bari.

L’arringa, ricca di dettagli e densa di pathos, costituisce un documento di grande valore non solo sul piano giuridico e processuale, ma anche su quello umano. In essa si trova una toccante lettera indirizzata all’avvocato cavaliere Francesco Viti, nella quale l’avv. Lembo esprime parole di sincera partecipazione al dolore, evocando anche con affetto la memoria della nobildonna Chiara, prematuramente scomparsa qualche anno prima.

Questo episodio, pur drammatico, rappresenta oggi una pagina incisa nella memoria della casata: una ferita storica che, lungi dall’essere solo lutto, rivelò l’alto senso d’onore, la compostezza e la dignità con cui la famiglia Viti seppe affrontare la barbarie, difendendo in tribunale — con eloquenza e fermezza — la giustizia e l’eredità morale dei suoi membri.

L'ALBERO GENEALOGICO